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Le misteriose pietre di Ica

2023-02-17 09:00

Simone Barcelli

Simone Barcelli, simone barcelli, pietre di ica, perù, nazca, america precolombiana, antichi astronauti,

Le misteriose pietre di Ica

Uno dei misteri più intriganti della storia, ancora irrisolto: le pietre di Ica, la famosa cittadina peruviana a "due passi" da Nazca.

Ica è una disgraziata cittadina peruviana, la cui storia recente s’intreccia con terremoti e alluvioni.

Qui il fenomeno del El Nino influenza negativamente il clima di buona parte della zona costiera dell’Oceano Pacifico meridionale.

A nemmeno un centinaio di chilometri c’è Nazca, con i suoi disegni tracciati nel deserto di Ocucaje, e se questo non fosse sufficiente per calarsi in un’atmosfera di puro mistero, anche Paracas con il noto candelabro.

Uno dei luoghi più inospitali del pianeta ha visto nascere e morire le civiltà Nasca e Paracas, dal 400 a.C. in poi, che qui seppellivano i defunti non lesinando splendide offerte per il corredo sepolcrale. Altri popoli hanno poi camminato su quelle stesse lande desolate: i Chincha e gli Inca.

Ica è comunque legata, indissolubilmente, anche alle pietre collezionate dagli anni Sessanta del secolo scorso dal dottor Javier Cabrera Darquea, docente di biologia e antropologia presso l’Università del luogo.

Sappiamo che quei ciottoli erano noti fin dal 1626, poiché il gesuita Pedro Simon scrisse di “pietre incise dell’Ica” nel volume Noticias Historiales, ancor oggi consultabile presso la Biblioteca nazionale francese.

Le pietre di Ica sono migliaia di sassi d’andesite, raccolti dagli huaquero (contadini del posto che scavano illegalmente i siti archeologici) lungo le rive dell’omonimo fiume, che recano incise immagini fuori dal tempo, che lottano con la razionalità.

Il fenomeno ha un’impennata nel 1961 quando, secondo le ricerche dello studioso Herman Buse (condensate in un libro in cui riconosceva l’esistenza delle pietre di Ica), un’inondazione del fiume Ica nella zona di Ocucaje, aveva fatto riaffiorare i ciottoli, e proprio da allora sarebbe cominciato il loro commercio tra i collezionisti.

È pur vero che fin dal dicembre 1940 il professor Carlos Belli aveva fondato a Ica il Museo Arqueologico e lì erano conservate, fra l’altro, decine di pietre scoperte a Ocucaje nel 1909.

Inoltre, anche due archeologi, Hans Dietrich Disselhof e Sigwald Linné, avevano scritto di questi ciottoli graffiti rinvenuti nelle tombe di Ocucaje in un volume edito nel 1961 (“L’Amérique précolombienne”), basandosi su documentazione risalente a decenni precedenti.

 

83.jpeg

(https://cdn.preterhuman.net/texts/alien.ufo/alieniemisteri/le_pietre_di_ica.htm)

 

 

 

Le scene raffigurate da ignoti artisti si rifanno alla più sopraffina arte medica: tagli cesarei, trasfusioni, interventi chirurgici a organi interni, con rimozione di tumori, a cuore aperto e al cervello.

Ce ne sono delle altre che ritraggono animali estinti da migliaia d’anni (ad esempio un tipo di pesce oggi sconosciuto, che Cabrera avrebbe identificato nella specie Agnathus, ormai estinta; su centinaia di pietre sarebbero descritte anche le metamorfosi subite col tempo), uomini a cavallo che lottano con dinosauri (anch’essi estinti da tempo, i cui passi non hanno mai incrociato i nostri) e improbabili mappe stellari e di continenti sconosciuti.

Non mancano figure antropomorfe come serpenti e pesci con le ali e uccelli con le corna.

Insomma, erano così tante e variegate queste pietre fuori dalla norma che Cabrera, alla fine, si decise a raccoglierle in un museo e a scrivere un libro per raccontare questa incredibile storia.

Peccato che molti di questi sassi siano stati realizzati dai nativi per soddisfare le esigenze del turismo, e non certo da antenati vissuti in piena preistoria, come confermato dagli stessi “artisti” che trovavano spunti notevoli da libri, riviste e fumetti.

Non si può fare di tutta un’erba, un fascio, perché è anche vero che il commercio di reperti archeologici è da sempre proibito e per evitare sanzioni qualcuno potrebbe anche essersi inventato questa ragionevole versione dei fatti.

Purtroppo, in un simile contesto, accostarsi alla verità diventa impresa ardua.

Non c’è alcuna possibilità di procedere a una datazione certa delle pietre, nemmeno con analisi stratigrafiche poiché i manufatti sono stati rimossi, non se ne conosce l’esatta provenienza e, anche se fosse, i periodici straripamenti che interessano la zona inficerebbero completamente i risultati ottenuti.

Va da sé che certa pubblicistica ha ormai “validato” le pietre di Ica, chi per sostenere la teoria creazionistica, chi quella di perdute e avanzate civiltà, per arrivare infine agli antichi astronauti.

Le pietre si presentano tondeggianti e ovoidali, hanno una colorazione scura e, nonostante le dimensioni, pesano più di quel che dovrebbero.

 

ica-museo.jpeg

(https://merlobianco.altervista.org/le-pietre-di-ica-unenciclopedia-preistorica-introduzione/)

 

 

 

Stando al racconto di Cabrera, molti di questi sassi sarebbero stati raccolti dai nativi con un sistematico saccheggio delle tombe, attività assai redditizia soprattutto se il mercato continua a richiedere questo tipo di souvenir.

Alcune pietre giacevano nei magazzini del Museo Regionale di Ica, mai esposte al pubblico poiché considerate false.

La curiosità mosse Cabrera a investigare questi manufatti e il fatto che all’epoca fosse responsabile della locale Casa della Cultura (istituito per promuovere la scienza e le lettere) agevolò le sue ricerche: gli permise di esporne migliaia, tanto da attirare l’attenzione di curiosi e addetti ai lavori ma non certo degli archeologi peruviani, che continuavano a ritenere quelle pietre un prodotto falsificato.

Eppure, proprio in quegli anni, l’ingegner Santiago Agurto Calvo (rettore dell’Università nazionale del Genio Civile) aveva pubblicato lo studio dal titolo “Las piedras magicas de Ocucaje” sul supplemento culturale Domenical del quotidiano El Comercio dell’11 dicembre 1966, in cui relazionava circa uno scavo archeologico nelle tombe preincaiche a sud di Ocucaje, a una trentina di chilometri da Ica.

A Ocucaje c’è uno dei più importanti cimiteri di fossili del mondo, con resti di balene e uccelli preistorici. Infatti, come spiega il ricercatore Yuri Leveratto

 

in un lontanissimo passato, circa venticinque milioni di anni fa, il deserto di Ocucaje era una zona marina tropicale. Erano baie e golfi poco profondi e umidi, ambiente ideale per ospitare balene e squali come il carcharocles megalodón, che fu il più grande di tutti i tempi (sedici metri di lunghezza). Nella zona infatti si trovano molti denti di questo grande animale del passato, alcuni dei quali possono raggiungere i venti centimetri.

 

carcharocles-megalodon-collection-from-the-gatun-formation-specimens-and-their.png

(https://www.researchgate.net/figure/Carcharocles-megalodon-collection-from-the-Gatun-Formation-Specimens-and-their_fig6_44608861)

 

 

 

Nel 1989 Jimenez del Oso rinvenne a Ocucaje una colonna vertebrale umana accanto a fossili di dinosauri

Tornando a noi, nell’articolo di Calvo si riferiva che in quei sepolcri, risalenti al I secolo a.C., erano stati rinvenuti, come offerta votiva, anche due pietre incise, simili a quelle di cui s’interessava Cabrera. Su una delle due pietre era scolpita la figura di un uccello con le ali spiegate, che portava con sé una spiga di grano, e anche una specie di stella.

La scoperta di Calvo era avvalorata dall’archeologo Alejandro Pezzia Assereto (Patronato Nacional de Archeologia del Perù e fiduciario del Museo Regionale di Ica), che si trovava con lui a Ocucaje (Pezzia racconterà di quella spedizione nel 1968, sulle pagine del libro “Ica y el Perú Precolombino”).

In quell’articolo l’architetto peruviano, oltre a descrivere gli anomali disegni incisi sui ciottoli, presentava i risultati preliminari dell’analisi mineralogica commissionata alla Facoltà d’ingegneria dell’Università di Stato: le pietre d’andesite risalivano all’era mesozoica e nonostante la durezza, in assenza di arnesi in metallo potevano essere state lavorate solo utilizzando ossa, conchiglie o ossidiana.

Le pietre si presentano come andesite carbonizzata di natura vulcanica, frutto della disintegrazione della catena delle Ande nel Mesozoico, tra cento e ottanta milioni di anni fa.

La forma arrotondata si deve alla levigazione per rotolio secolare in canaloni o letti di fiumi.

Calvo, controcorrente rispetto al dogmatico pensiero già dominante all’epoca, asseriva che quelle elaborate composizioni, in cui figure favolose erano mostrate assieme a esseri umani, non sembravano per niente un prodotto della sfrenata fantasia degli artisti, bensì reali rappresentazioni di animali che avrebbero potuto abitare la terra tanto tempo fa.

La minuzia e la precisione con cui gli animali erano stati rappresentati poteva dimostrarlo.

Cabrera, solleticato da quello studio, commissionò un’analisi al laboratorio della Hochshild Mauritius Mining Co. di Lima.

Il geologo Lupo Eric, pur non esprimendosi sulla datazione, si disse certo che quella sottile patina in superfice, dovuta all’ossidazione naturale, era presente e identica sia sui graffiti sia sulla parte libera da disegni.

Il risultato di quest’analisi fu confermato nel 1969 dal laboratorio Frenchen presso l’Università di Bonn: il rapporto aggiungeva che era difficile stabilire con precisione l’antichità delle pietre, invitando a utilizzare sia la stratigrafia comparata sia l’esame paleontologico. In sostanza, occorreva scavare per stabilire in quali strati geologici si trovavano quelle pietre. Cabrera, l’anno dopo, chiese quindi l’autorizzazione al Patronato Nacionial de Arqueologia per svolgere quel tipo di ricerca nella zona di Ocucaje ma la richiesta fu respinta.

In altre parole, stando al responso delle analisi, i graffiti potrebbero avere, pressappoco, la stessa età delle rocce.

L’assenza di usura sui bordi delle incisioni farebbe escludere l’intento artistico degli autori, che forse volevano tramandare ai posteri un archivio ben documentato, che per tale ragione andava preservato nel tempo.

Nonostante lo sforzo perseguito, la vita e l’opera di Cabrera è sempre stata oggetto d’indifferenza, scherno e derisione.

L’archeologo Roger Ravinez, dell’Istituto Nazionale di Cultura del Perù, pur ammettendo che le due pietre rinvenute nella tomba di Ocucaje erano autentiche, continuò a osteggiare Cabrera, per partito preso, in ogni modo: a più riprese sostenne che tutte le altre pietre incise erano senz’altro falsificate.

Cabrera, a sua volta, non riversava nessuna fiducia nel mondo accademico, convinto che si volesse in qualche modo negare a priori la veridicità delle “pietre incise di Ocucaje”.

Il collezionista di pietre era un biologo e per questo non ebbe difficoltà a riconoscere, negli animali fantastici effigiati nelle pietre, specie estinte da milioni di anni, così come sono rappresentati anche nei manuali di paleozoologia.

Eppure, le sue conclusioni si scontrano inevitabilmente con le nostre attuali conoscenze.

Gli antichi abitanti del Perù acquisirono un certo livello culturale appena tremila anni fa, come dimostrano la realizzazione d’imponenti centri cerimoniali e gli incredibili lavori d’idraulica per canalizzare le acque. In giro, però, non c’erano dinosauri.

Le pietre di Ica, con i loro enigmatici disegni, sono destinate all’oblio, soprattutto ora che Cabrera, il principale cultore, è scomparso.

Un incubo che continuerà a disturbare il sonno, anche a chi è abituato a fantasticare.

 

Grazie

 

Fonti:

 

Hans Dietrich Disselhof e Sigwald Linné - L’Amérique précolombienne

 

Santiago Agurto Calvo - Las piedras magicas de Ocucaje - supplemento culturale Domenical del quotidiano El Comercio dell’11 dicembre 1966

 

Alejandro Pezzia Assereto - Ica y el Perú Precolombino

 

 

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Simone Barcelli è un divulgatore di Storia antica, archeologia e mitologia.

Già webmaster del portale Tracce d'eternità è stato per anni curatore dell'omonima rivista digitale in download gratuito per gli utenti. Ha collaborato con Edizioni XII nella selezione di testi inediti. Collabora con Cerchio della Luna Editore per la scelta, l'editing e la realizzazione di titoli monografici per la serie "I Quaderni di Tracce".

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